lunedì 27 dicembre 2010

Run for Africa Run with Africa: 10 aprile 2011

Se la voglia di correre è tanta e la passione per l’Africa è forte, unisciti a Medici con l’Africa Cuamm!!!
Corri la Relay Marathon (maratona a staffetta di 4 persone) o la Milano City Marathon con la più grande organizzazione italiana per la promozione e la tutela della salute delle popolazioni africane.

Dal 1950 realizziamo progetti a lungo termine in un’ottica di sviluppo per rendere l’accesso ai servizi sanitari disponibile a tutti, anche ai gruppi più marginali delle popolazioni.
Questa è l’avventura affascinante e difficile di un’organizzazione in grado di inviare oltre 1.300 professionisti in 38 diversi paesi di intervento, soprattutto
in Africa. È la stori a di uno scambio continuo per far sì che la salute, la cura, la guarigione siano a portata proprio di tutti. Anche di chi vive nelle località più povere dei paesi più poveri del mondo.

Ancora oggi, dopo 60 anni da quando è cominciata, siamo presenti in 7 paesi dell’Africa a sud del deserto del Sahara in Angola, Etiopia, Kenya, Mozambico, Sud Sudan, Tanzania e Uganda.

Quota d’iscrizione per la staffetta (maratona):
100 euro (48 euro) fino al 14/2
130 euro (58 euro) dal 15/2 al 20/3
150 euro (85 euro) dal 21/3 al 28/3
Il 50% della quota andrà a sostegno dei nostri progetti in Africa
 
Per informazioni ed iscrizioni:
Marco Rampi 345/4173524
m.rampi@cuamm.org - www.mediciconlafrica.org

venerdì 24 dicembre 2010

"Che razza di tifo" di Mauro Valeri

Fonte: Internazionale.it a cura di Giuliano Milani

Alla fine del 2000, per arrestare la diffusione del razzismo negli stadi, la Uefa ha introdotto la possibilità di comminare multe più alte e di colpire con misure economicamente gravi (la squalifica del campo o la partita a porte chiuse) i club seguiti da tifoserie che manifestano atteggiamenti razzisti.
Da allora, il razzismo di tifosi e calciatori è diventato oggetto del contendere nei tribunali sportivi e su questo tema sono state fatte denunce, presenti riscorsi e pubblicate sentenze. I principali casi dibattuti dalla giustizia sportiva italiana sono stati raccolti da Mauro Valeri in questo libro.
Divisi per anni di campionato, dal 2000 al 2010, di ogni episodio viene fornito un resoconto alla luce della documentazione ufficiale, delle interviste ai protagonisti (calciatori, arbitri, presidenti, tifosi) e dei commenti della stampa.
Oggi in Italia il calcio è uno di quegli argomenti di cui sono in pochi a non occuparsi, direttamente o indirettamente, in pubblico o in privato. Il libro di Valeri aiuta a capire, attraverso il calcio, quanto per molti italiani il fascismo sia un passato lontano e innocuo, l'immigrazione sia solo un problema e la pelle bianca un elemento importante dell'identità nazionale.
E illustra come questi pensieri, passando per la scrittura di magistrati e giornalisti, diventano controversi discorsi pubblici.

mercoledì 22 dicembre 2010

Ciao "Vecio": l'Inter ricorda Enzo Bearzot

Fonte: Inter.it

MILANO - Il calcio italiano piange un maestro, che non dimenticherà mai: Enzo Bearzot si è spento, oggi a Milano, all'età di 83 anni. Era nato ad Aiello del Friuli il 27 settembre 1927 e il calcio è stata tutta la sua vita. Prima da giocatore, nella squadra del suo paese natale e nella Pro Gorizia in serie B che lo proietta, ancora giovanissimo, all'Inter, dove arriva nel 1948 e vi resta sino al 1951 con 19 presenze in gare ufficiali. Poi Catania, Torino e ancora Inter, per la stagione ('56-'57) col maggior numero di parite: 27. Infine, da calciatore, ancora tanto Torino e, subito dopo, una carriera da allenatore che lo porterà dove tutti gli italiani lo ricorderanno sempre: sul tetto del Mondo, nel 1982, con l'Italia che vince in Spagna contro tutto e contro tutti. L'Italia di Bearzot, appunto, che di quella squadra non è solo un grande ct (con 104 presenze ha il record azzurro fra i tecnici), ma il papà, la luce, l'uomo con la pipa che regala tranquillità, saggezza, semplicità e che, alzata la coppa, gioca a carte con il Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, con Dino Zoff e Franco Causio. Ancora ct sino a Messico 1986, sarà coordinatore delle squadre nazionali sino al 1990.

Aveva scelto Milano come la sua città, vivendola con discrezione e attenzione, ricordando volentieri l'Inter - il primo amore che non si scorda mai -, lontano dai fasci di luce del calcio moderno e, al tempo stesso, sempre pronto a regalare preziosi consigli a tutti gli appassionati sinceri, come lui, del pallone.


Il presidente Massimo Moratti e tutta F.C. Internazionale, con tantissimo affetto, abbracciano la moglie Luisa, il figlio Glauco e la figlia Cinzia nel ricordo del grande Enzo Bearzot.

sabato 18 dicembre 2010

Finale FIFA Club World Cup 2010

Campioni del mondo, Moratti: "Felicità per tutti"

ROMA - (ANSA) Per Massimo Moratti la conquista del Mondiale per club è "il completamento di un momento importante, era importante arrivare a fine annata con questa soddisfazione, i giocatori sono felici da pazzi". Ma, intervistato da Mediaset Premium, il presidente dell'Inter ammette che c'é anche un collegamento con il passato, con le vittorie del padre Angelo di oltre 40 anni fa. "Traspare, si vede violentemente la felicità di tutti, specie chi aveva il padre che faceva parte di quel momento - ha detto Moratti parlando dei figli di Armando Picchi e Giacinto Facchetti, tra gli altri, due campioni degli anni '60 scomparsi -. È un bel ricordo che ritorna vivo, ma ora pensiamo a mantenere questa posizione". Il patron nerazzurro ha poi elogiato il tecnico Rafa Benitez, che "ha impostato molto bene la partita, si è vista la sua mano". Sulle parole dello spagnolo, che ha chiesto rinforzi dal mercato di gennaio e "supporto al 100%" dalla società, Moratti ha commentato: "Non è il momento di chiedere e non è qualcosa che decidiamo adesso". (ANSA)

Campioni del mondo: Milano in festa

MILANO - (Ansa) Nonostante il freddo rigido, i tifosi dell'Inter sono scesi in piazza per festeggiare la vittoria della loro squadra nel campionato del mondo per club. Alcune centinaia di persone si sono ritrovate in piazza Duomo, mentre altri, in auto (i più temerari la moto), hanno iniziato a suonare i clacson e sventolare le bandiere nerazzurre. Inter Channel sta facendo una diretta con collegamenti proprio da piazza Duomo, mentre a Gerenzano (Varese) un Inter Club ha organizzato una visione della partita a cui è seguita una festa.

Stankovic: "Un trofeo meritato"

ABU DHABI - "È stato un trofeo meritatissimo per il presidente Moratti, per i tifosi e per tutti i miei compagni. Cosa ricorderò di questa stagione? Quella di questa sera, noi che alziamo la coppa, è l'immagine da incorniciare, sono felice per tutto il popolo nerazzurro". È il pensiero di Dejan Stankovic entrato in campo nella ripresa di Mazembe-Inter. "Sono dispiaciuto per non essere stato in campo dall'inizio perchè ho sempre giocato con il cuore e ci sono rimasto male. Certe cose non le posso nascondere".

Cambiasso: "Traguardi d'orgoglio per l'Inter"

ABU DHABI - "È un grande motivo di orgoglio per noi aver vinto questo torneo. Il club aspettava da tanti anni questi traguardi e li abbiamo raggiunti nello stesso anno, il 2010". Esteban Cambiasso protagonista con la sua Inter della storia del calcio, in delle pagine che insieme ai suoi compagni ha scritto negli ultimi anni di vittorie sempre più importanti. "Il record personale? - continua il Cuchu, calciatore argentino con più trofei nella storia del calcio albiceleste a partire da oggi (Cambiasso 22, Di Stefano 21) - Sono felice, ma ha un valore secondario. Ora andremo avanti così, da gennaio cominceremo con la stessa carica e cercheremo di tornare a far bene con la grande carica che questo gruppo ha al suo interno".

Biabiany: "Non lo avrei mai immaginato"

ABU DHABI - "Dedico questo gol alla mia famiglia, alla mia fidanzata, anche ai miei procuratori che questa sera sono venuti qui per sostenermi". È anche la vittoria di Jonathan Biabiany quella conquistata questa sera dall'Inter nel FIFA Club World Cup 2010 grazie anche a un suo gol: "È stato molto bello. Ringrazio i miei compagni, non mi sarei mai immaginato di segnare e vincere in un torneo così importante: è tutto fantastico".

Zanetti: "Samuel, dedicato a te"

ABU DHABI - Sono parole da vero capitano quelle pronunciate al termine del match che ha eletto l'Inter campione del Mondo, quelle di Javier Zanetti: "È il mio 15° trofeo in carriera e sono felicissimo per un successo che chiude un anno fantastico. Nessuna squadra italiana ha mai fatto quello che ha fatto l'Inter nel 2010 e tutti gli interisti devono essere orgogliosi di questa squadra. È un percorso il nostro iniziato sei anni fa, con Roberto Mancini e con la vittoria della Coppa Italia. Ora questa squadra può lottare contro chiunque, se è al completo, manca solo Samuel a cui dedichiamo la vittoria di questa sera"

L'AVEVAMO DETTO

Fonte: Inter club Interisti-Leninisti

venerdì 17 dicembre 2010

Gadget

Cari soci,
vi comunico che non saremo in grado di consegnarvi tessere e gadget entro Natale.
Questo per via di un nostro ritardo nel trasmettere i dati e della lentezza del Coordinamento Inter Club a fornire il materiale.
Mi scuso con tutti e spero che questo non provochi disagi a chi aspettava i gadget per farne regali di Natale.
A presto, spero.
Mimmo Arnaboldi

A proposito di sorteggio Champions

Cari soci come saprete e vedete sopra oggi sono stati effettuati i sorteggi per gli ottavi di Champions che inizieranno a febbraio, l’urna ci ha riservato un remake della fantastica finale di Madrid, l’Inter come seconda classificata del proprio girone giocherà l’andata a San Siro il 23 febbraio.
Alcuni tra voi starà pensando di essere presente allo stadio e probabilmente nei prossimi giorni chiederà se è possibile trovare i biglietti per questa partita, al momento non abbiamo ancora disposizioni ma in occasione delle partite delle scorse stagioni e in particolare nell’ultima trionfale annata il CCIC ha sempre soddisfatto le nostre richieste, quindi credo che se avremo delle richieste di biglietti si possano soddisfare anche in questa stagione, tenendo però conto che da quest’anno sono entrate in vigore alcune normative che potrebbero creare qualche problema, in particolare le richieste devono essere fatte solo da soci regolarmente iscritti al club per non avere problemi con le cessioni del titolo di accesso.

Nell’occasione vorrei altresì ricordare che come club per avere una certa credibilità verso il CCIC ad inizio stagione sottoscriviamo due abbonamenti allo stadio per le partite di campionato, per motivi burocratici sono nominalmente intestati ad Italo Nessi e Bruno Venturini, ma su richiesta possono essere usati a turno dai soci soprattutto per poter rientrare del loro costo suddividendo la spesa tra chi li utilizza, il costo per la singola partita è di euro 25 per tessera e consente di seguire la partita dal secondo anello arancio in un posto che acquistato a mezzo biglietto costa intorno a euro 40…..
Naturalmente sempre in riferimento alle normative entrate in vigore da questo campionato per utilizzare tali tessere anche il beneficiario deve possedere la TESSERA DEL TIFOSO, che polemiche e idee personali a parte è solo un semplice documento che può essere richiesto agli sportelli BPM fornendo i propri dati come in qualsiasi altra iscrizione ad un club o organizzazione e se soci INTER CLUB la cosa è gratuita…tutto questo per ricordare che l’Inter è in campo anche se si gioca contro il Cesena o il Lecce e come detto questi abbonamenti servono anche per essere considerati dal coordinamento quando chiediamo biglietti per i match più importanti….
Concludendo aspetto che per le partite della seconda parte del campionato ci sia richiesta per coprire interamente i prossimi incontri, che tra l’altro speriamo siano quelli della risalita in classifica…..

W L’INTER

Ernesto

Sorteggio Champions League 2011

Fonte: Fanpage

Il tanto atteso giorno è arrivato: i sorteggi Champions League 2011 hanno finalmente avuto il suo esito. Per le italiane tutto sommato è andata discretamente. I campioni in carica rischiavano grosso, ma invece l’urna ha avuto un esito che sa tanto di deja-vu: vi sarà infatti Inter-Bayern Monaco con i nerazzurri che ritrovano i bavaresi dopo la strepitosa notte di Madrid culminata con la conquista del trofeo da parte del club di Massimo Moratti.
Ci sarà però tanta voglia di vendetta da parte dei tedeschi, una sfida affascinante ed importante anche per il ranking Uefa (la battaglia è proprio con le squadre tedesche). PerIbrahimovic e compagni c’è invece proprio la squadra che ha chiuso il suo girone davanti a quella di Rafa Benitez, con Milan-Tottenham, ed è da sottolineare che i londinesi hanno fra le proprie fila Gareth Bale, che ha incantato l’Europa con le sue sgroppate sulla fascia. Un team sicuramente ostico ma che i rossoneri possono superare (il ritorno sarà comunque in Inghilterra).
A sorridere più di tutti è sicuramente la squadra di Claudio Ranieri visto che l’urna ha deciso per Roma-Shaktar Donetsk, i campioni di Ucraina che probabilmente rappresentavano l’avversario meno difficile fra le possibili alternative per i giallorossi. Tutto sommatto nella capitale possono ritenersi più che soddisfatti.

A completare il quadro degli ottavi di finale c’è la spettacolare sfida fra l’Arsenal ed il Barcellona, uno dei match più affascinanti. Il Real Madrid di Mourinho troverà sulla sua strada un avversario che porta bruttissimi ricordi, ovver l’Olympique Lione che ha già eliminato una volta i “galacticos”. Sorride Carlo Ancelotti, con il suo Chelsea che prende il Copenaghen, mentre Valencia-Schalke 04 sembra essere un po’ meno attraente per il grande pubblico. Completa la griglia la sfida fra il Manchester United di Sir Alex Ferguson e l’Olympique Marsiglia.
Ecco la griglia completa:



«AltriMondiali 2010»: Premio per la Pace al canturino Riedo

 
Con altri cinque ragazzi ha portato nei villaggi del Sudafrica il calcio come strumento di sviluppo e solidarietà tra i giovani

CANTU' Non solo gli Azzurri multimilionari del pallone, in Sudafrica per piangere una meritata sconfitta. O la spensierata gioia di Shakira, alle prese con il balletto del Waka Waka. Quest'estate, durante i mondiali di calcio 2010, «tre ragazzi italiani e tre kenioti hanno interpretato e raccontato il calcio come strumento di pace e solidarietà. Con un pulmino hanno percorso 8mila chilometri in nove Paesi africani, per realizzare gli AltriMondiali 2010, veicolo di dialogo e di amicizia tra persone, gruppi e comunità diverse». Questa la motivazione con cui il governatore Roberto Formigoni ha consegnato il Premio per la Pace di Regione Lombardia anche ai ragazzi del Matatu. Da moderni Fitzcarraldo, hanno portato il calcio nelle baraccopoli e nei villaggi africani. Tra loro, c'era anche Francesco Riedo, 28 anni, di Cantù.
La premiazione è avvenuta nel tardo pomeriggio di martedì, durante una cerimonia all'Auditorium Gaber, in piazza Duca d'Aosta, a Milano. Francesco, tra maggio e giugno, ha girato l'Africa a bordo di un matatu: un minibus. Con porte da calcio pieghevoli, divise e tirarighe nel baule. Insieme a lui, i coetanei Luca Marchina e Emiliano Corbetta. E tre keniani: Dominic Otieno, educatore di slum, Hillary Masinde, allenatore, Maxwell Odhiambo, cameramen. «Il progetto è nato grazie a Karibu Africa, una onlus che ho contribuito a fondare - dice Francesco, cresciuto a Cantù, vive da qualche anno tra Padova e Nairobi, in Kenia - da tempo lavoriamo con il calcio nelle baraccopoli. L'occasione dei mondiali in Africa era perfetta. Anche per promuovere una serie di argomenti, come la lotta all'Aids. Il calcio, in Africa, è uno sport popolarissimo. Molti sognano l'illusione di un futuro da calciatore. Ma siamo passati in villaggi dove dei Mondiali non si sapeva nulla».
Il «controcampionato» è iniziato il 29 maggio a Mathare, baraccopoli di Nairobi. Con un torneo di calcio di strada. E si è concluso a Philippi, Cape Town. Con un torneo di calcio a cinque. Il minibus, un Toyota Hiace, si è diretto da nord a sud. Dar es Salaam, Tanzania. Lusaka, Zambia. Harare, Zimbabwe. Maputo, Mozambico. Mbabane, Swaziland. In Sudafrica, anche Durban e Johannesburg. Partite sulle colline dei pastori Masai. Nei villaggi isolati. Nelle periferie delle grandi città. Vicino alle spiagge. Tornei di calcio a volte improvvisati lungo la strada. E in alcuni villaggi del Mozambico. Dove il Matatu ha portato per la prima volta un pallone.
«Tra andata e ritorno, è stato un viaggio di 14mila chilometri - racconta Riedo - con alcuni problemi: i posti di blocco della polizia, in Africa, sono spesso difficoltosi. Durante il viaggio siamo riusciti a sostenere occasioni di integrazione sociale. Nei confronti di chi, ad esempio, soffre di handicap fisici e mentali. Oppure è albino. Vittime di emarginazione per superstizione, mancanza di istruzione, credenze locali. Attività semplici come giocare a calcio, per questi gruppi, sono un segno di avvicinamento, di riscatto. L'apartheid? E' ancora nella testa delle persone. Bianchi e neri lavorano insieme per obblighi di legge. Ma non si frequentano».
In alcuni casi, le partite di calcio si sono svolte in collaborazione con organizzazioni come CoLomba. Molte, sono sorte spontanee. «Sull'esempio - spiega Riedo - di quanto accade a Nairobi. Dove gruppi di ragazzi informali, senza una società alle spalle, si allenano e si autogestiscono i campionati cittadini». Il viaggio è stato il volano di un progetto - sponsorizzato da CoopGuna Spa - più ampio. «Altrimondiali, tra i ragazzi dell'Africa, continua - ricorda Francesco - e fra altri quattro anni, ci sarà Brasile 2014». Un altro mondiale dove il fischio finale dell'arbitro non conta.


giovedì 16 dicembre 2010

... E LA OTTIENE: Uniti si vince


STANKOVIC, ZANETTI, MILITO
un tris che vuol dire finale , un gol per reparto
partenza con il tormentone infortunati, stop per Sneijder dopo 1 minuto. Dobbiamo dire grazie a Stankovic , che con tutta la sua voglia e grinta ci porta sull'uno a zero e mette la partita in discesa.
Poi splendido assist di Milito con gol del Capitano, un paio di parate del rientrante Julio Cesar ed infine il gol di Milito che mette fine definitivamente alla partita. Finalmente si e' rivista una buona compattezza di squadra, ora ci attende la finale !

gli HIGHLIGHTS della partita

mercoledì 15 dicembre 2010

L'INTER CHIEDE LA FIDUCIA


I congolesi in finale...

El Principe Diego Alberto Milito titolare al primo minuto....

Cosa succede ?

domenica 12 dicembre 2010

Sempre con noi, avvocato Prisco

Fonte: Inter.it

Indimenticabile, ancora con noi. 
Aveva appena compiuto ottant'anni l'avvocato Giuseppe Prisco, per tutti Peppino, quando ci ha lasciato il 12 dicembre 2001. Una vita all'insegna dell'intelligenza e di uno spirito di sagace ironia rimasto nel ricordo di tutti, una vita nerazzurra, ma non solo, una professionalità nell'ambito della giurisprudenza riconosciuta da tutti. Generoso, impegnato, al servizio dello Stato durante la campagna di Russia, alpino nella divisione 'Julia', Prisco ha lasciato almeno tre grandi comunità prive del suo contributo. Quella nerazzurra, quella degli alpini, quella di chi fa della legge un impegno sano.
Ogni nerazzurro, oggi, manda un pensiero di affetto alla famiglia di Peppino Prisco e rinnova la stima e il ricordo di uno dei molti grandi personaggi che hanno contribuito a creare la storia dell'Inter.

venerdì 10 dicembre 2010

Mondiale per Club

Oggi, venerdi 10 dicembre, è prevista la partenza dei nerazzurri per Abu Dhabi, dove l'Inter sarà impegnata nel Mondiale per Club.
I nerazzurri affronteranno in semifinale (gara in programma mercoledi 15 dicembre alle 21.00 ora locale, le ore 18.00 in Italia), la vincente tra i padroni di casa dell' Al-Whada (che hanno battuto 3-0 i campioni della Papua Nuova Guinea del Hekari United nella gara d'apertura) e i campioni sudcoreani del Seongnam (gara in programma sabato 11 dicembre).
Se i nerazzurri dovessero disputare la finale valevole per il terzo posto, scenderanno in campo sabato 18 dicembre alle 18.00 ora locale, le 15.00 in Italia; qualora, invece, dovessero disputare la finale per il primo posto, i nerazzurri scenderanno in campo sempre sabato 18 dicembre alle ore 21.00, le ore 18.00 in Italia.
L'altra semifinale vedrà contrapposte l'Internacional di Porto Alegre (Brasile) e la vincente dell'altro quarto di finale tra il Tp Mazembe( campioni in carica della Repubblica Democratica del Congo) e il Pachuka (campioni in carica del Messico).

martedì 7 dicembre 2010

Champions: Werder Brema-Inter 3-0

(ANSA) - ROMA, 7 DIC - Un'Inter opaca va in scena sul campo del Werder Brema per l'ultima partita della fase a gironi della Champions League. I nerazzurri, già qualificati nel gruppo A, perdono 3-0 (39' Prodl, 49' Arnautovic, 88' Pizarro) e dicono addio al primo posto in classifica, appannaggio del Tottenham che in casa del Twente pareggia 3-3. Classifica del gruppo A: Tottenham 11, Inter 10, Twente 6, Werder 5. Le prime due passano il turno, il terzo posto del Twente vale l'Europa League.

domenica 5 dicembre 2010

La dittatura dello sport

Tom de Lisle, Intelligent Life, Gran Bretagna.

Fino agli anni sessanta lo sport era poco più di un hobby. Oggi alimenta una macchina da 120 miliardi di dollari e condiziona la vita di milioni di persone in tutto il mondo.  Di chi è la colpa?


Se la risonanza degli eventi sportivi sui mezzi di comunicazione è straordinaria, altrettanto si può dire della loro presenza ‘fisica’. I mondiali di Germania erano ovunque: sui cartelloni pubblicitari, sulle lattine e sulle confezioni di cereali, davanti ai garage delle case e su milioni di automobili, nelle vetrine delle farmacie e, ovviamente, in tutti i Mc Donald’s (“Vuoi i biglietti della finale? Vincili acquistando un menù grande a tua scelta”). Bobby Moore, il capitano della nazionale inglese del 1966, morto nel 1993, era risuscitato sulle confezioni del KitKat. Il suo compagnao di squadra Geoff Hurst, che nel frattempo è diventato sir Geoff, era stato nominato direttore della divisione calcio di Mc Donald’s e scriveva una rubrica di calcio su due quotidiani nazionali. I ragazzi del 1966 erano più famosi nel 2006 che nel 1966.

I Mondiali del 2006 hanno generato migliaia di ore di programmazione tv, innumerevoli interventi telefonici in radio e centinaia di commenti su forum e blog. Ma questa tendenza non riguarda solo il calcio: qualcosa di simile era già successo durante i Mondiali di rugby del 2003 e gli Ashes di cricket del 2005. E non si limita alla Gran Bretagna: ogni edizione dei Mondiali di calcio o delle Olimpiadi ha un seguito maggiore in tutto il mondo rispetto a quella precedente. Anche negli Stati Uniti, dove il tifo è più pacato e le regole sportive sono molto più rigide, le partite hanno un seguito sempre maggiore. Circa 116 milioni di americani hanno seguito in tv il SuperBowl del 2010: è stato il programma più visto della storia degli Stati Uniti. Tutto questo porta a chiedersi: quando e perché lo sport è diventato così importante?
Secondo Joe Maguire, autore di Power and global sport e docente di sociologia dello sport all’Università di Loughborough, in Gran Bretagna, il motivo si può riassumere in una frase: “L’impero britannico”.
Maguire individua cinque tappe fondamentali nell’evoluzione dello sport:

1- Tra il seicento e il settecento, “i principali passatempi inglesi – il cricket, la caccia alla volpe, le corse dei cavalli e la boxe – si affermavano come sport moderni”, dotati di regole specifiche. Ma tra queste discipline solo una, il cricket, ammetteva l’uso di una palla.

2- Negli anni sessanta e settanta dell’ottocento “il calcio, il tennis, il rugby e l’atletica leggera assunsero forme moderne, e lo sport incominciò a diffondersi nelle scuole”.
3- Nei primi anni del novecento, “lo sport moderno si è diffuso rapidamente in tutto il mondo seguendo le strade tracciate dall’impero britannico”.
4- Tra il 1920 e 1970 sono scesi in campo gli Stati Uniti.
5- Negli ultimi quarantacinque anni abbiamo assistito alla nascita dello “sport mediatico”.

È difficile trovare qualcosa di meno britannico del calcio brasiliano, che è agile, ricco di talenti e di enorme successo, con un record di cinque mondiali conquistati. Eppure, anche in questo caso il merito è della Gran Bretagna. “La crescita dell’importanza del calcio in America Latina è avvenuto lungo tre direttrici”, spiega Maguire. “Grazie ai marinai della marina militare britannica, ai commercianti e ai gruppi religiosi cristiani”. Le regioni dove lo sport è cresciuto più rapidamente nel corso dell’ottocento sono quelle entrate in contatto con la cultura britannica. Le Olimpiadi hanno fatto un salto di qualità dopo il 1896 grazie alle idee di Pierre De Coubertin, che qualche anno prima era stato in Gran Bretagna. Lo storico francese visitò le scuole private del paese e si recò a Much Wenlock, un paesino di campagna dello Shropshire, dove da quarant’anni un medico della zona organizzava “gli antichi giochi olimpici”. In questo modo De Coubertin poté ammirare lo spirito di fair play e di cristianesimo vigoroso presenti nel paese. “Si può ben dire” – scrisse De Coubertin – “che Wenlock abbia conservato e porti avanti le autentiche tradizioni olimpiche”.

Finita la seconda guerra mondiale, gli unici imperi rimasti erano quello statunitense, informale ma persuasivo, e quello sovietico, formale e invasivo. Il comunismo ha contribuito al processo di crescita dello sport trasformando l’atletica in un processo industriale, dopando sistematicamente i corridori, canottieri e pesisti per fare incetta di medaglie. E questo ha spinto i governi occidentali ad investire sempre più nello sport. A differenza della Gran Bretagna, gli Stati Uniti non sono riusciti a coinvolgere il resto del mondo nei loro sport di squadra, ma hanno colonizzato discipline individuali come il tennis e il golf, tanto che oggi la maggior parte dei tornei di questi due sport si tiene negli Stati Uniti. E nel 1960 il giovane avvocato americano Mark McCormack ha inventato la professione dell’agente sportivo, un ruolo che ha trasformato le star sportive in strumenti di marketing per le multinazionali.
Con la caduta del comunismo, il capitalismo ha assunto il controllo. Oggi il potere è nelle mani di chi gestisce il commercio globale, e anche se la nazionale di calcio non è ancora ai massimi livelli, a farla da padrone sono le grandi multinazionali americane. Nei campi da gioco dei Mondiali del 2006, il verde dell’erba era spesso incorniciato dal rosso della Coca Cola e di McDonald’s. In Germania esistono circa 1.200 fabbriche di birra, eppure per la sesta volta consecutiva, la birra ufficiale del campionato è stata la Budweiser, prodotta dalla Anheuser-Busch di Chicago..

Colpa della tv


Ma la teoria degli imperi non spiega la crescita esponenziale dello sport dal punto di vista economico. Per le Olimpiadi di Londra 1948, il costo dei diritti di trasmissione era di circa mille sterline, l’equivalente di 40mila sterline attuali (48mila euro). Nel 2012 la manifestazione tornerà nella capitale britannica, e i diritti tv (parte di un pacchetto che comprende anche le Olimpiadi invernali del 2010) sono stati ceduti per 2-miliardi-e-mezzo di sterline (3-miliardi-di-euro).
Non bisogna essere degli esperti per capire da dove sia arrivato il carburante per accendere questo motore: dalla tv. Per prima cosa, la maggior parte degli abitanti del mondo sviluppato hanno comprato un televisore, e questo ha permesso ai grandi eventi sportivi di entrare nelle nostre case; poi, con l’inizio dell’era spaziale, sono arrivati i satelliti, che hanno reso le immagini più vivaci e definite; successivamente, la liberazione delle frequenze ha fatto nascere centinai di nuovi canali e ha creato una concorrenza spietata per i diritti trasmissione. “Abbiamo comprato i diritti a lungo termine sui principali eventi sportivi nella maggior parte dei paesi”, aveva dichiarato Rupert Murdoch di fronte agli azionisti della News Corporation nel 1996. “Vogliamo usare lo sport come ariete per diffondere tutti i nostri programmi di pay-tv”. Missione compiuta.
E la macchina non sembra voler rallentare. Per trasmettere tutte le partite della FA Premier league (la serie A britannica nata nel 1992) Sky paga alla federazione calcistica inglese circa 367 milioni di sterline a stagione. Nel 1992 i diritti di trasmissione erano costati a Murdoch solo 38 milioni. Oggi la Bbc paga 57 milioni di sterline a stagione solo per le sintesi in differita delle partite. L’entità di queste somme ha prodotto conseguenze evidenti: i giocatori guadagnano di più e gli spettatori pagano di più.
Tuttavia, non è certo che tutto questo abbia contribuito alla diffusione dello sport. La tv via satellite è ancora poco diffusa. In Gran Bretagna solo un terzo delle famiglia ha un abbonamento Sky, e questo significa che nessuna partita della Premier league raggiunge un numero di persone pari a quell odi una diretta internazionale della Bbc che trasmette in chiaro. Quando nel 2006 le dirette del Test Cricket sono passate dal terrestre al satellitare, gli spettatori si sono ridotti di circa due terzi. Le aziende che offrono i programmi sul satellite promuovono lo sport con un accanimento tale da trasformare in evento anche una partita di campionato tra due squadre minori.
Inoltre sono riuscita a far in modo che il calcio, che un tempo era un appuntamento domenicale, diventasse un evento a ciclo continuo: tre partite ogni sabato a orari diversi,  due blocchi di partite ogni domenica e almeno una partita in quasi tutte le altre sere della settimana. Se sei un drogato di calcio, puoi farti dieci dosi alla settimana solo seguendo le squadre del tuo paese. Ma le reti satellitari comprano anche le partite dei campionati nazionali di altri paesi.
Se determinati fattori rimangono costanti – terrestre o satellitare, diretta o differita, feriali o festivi – i dati d’ascolto degli eventi sportivi sono sempre in evoluzione. L’esordio della nazionale ai Mondiali del 2006, contro il Paraguay, ha avuto un picco d’ascolto di 12,8 milioni di telespettatori solo in Gran Bretagna; nel 2002 i telespettatori durante la prima partita erano stati circa 12 milioni (e i dati non includono le migliaia di persone che hanno seguito le partite nei pub, nei club sportivi o in casa di parenti e amici).
 
La famiglia Dassler
 
Nel 1924, nella cittadina bavarese di Herzogenaurach, due fratelli misero su un’attività che nel tempo è diventata un’industria. Adolf Dassler era un calzolaio e un atleta dilettante, mentre suo fratello Rudolf faceva il commesso. La loro attività consisteva nel fabbricare calzature sportive utilizzando pelle e chiodi. Poi i due fratelli litigarono, e la loro società, la Gebrüder-Dassler, si divise, dando vita alla Adidas e alla Ruda, che poco dopo fu ribattezzata Puma. Entrambi i fratelli erano iscritti al partito nazista, e alla fine della guerra si accusarono a vicenda di aver cercato di vendere i propri prodotti alle forze alleate.
Adidas ha continuato a crescere a dismisura. Il suo ultimo fatturato è stato di 10 miliardi di euro, circa 25 volte quello del Real Madrid, la squadra di calcio più ricca del mondo. Ma l’azienda non è cresciuta solo dal punto di vista finanziario, ha anche acquistato potere. “È stato Horst Dassler a creare il marketing sportivo”, afferma Andrei Jannings, giornalista britannico, “Horst era un visionario: aveva capito l’importanza delle alleanze strategiche molto prima della Harward Business School”.
I fratelli Dassler erano stati i primi a far indossare gli indumenti fabbricati da loro alle stelle dello sport.
Lo sport è diventato un affare molto più grosso quando il sistema calcistico ha compreso il valore dei diritti tv. Per la loro vendita, la Fifa, l’organizzazione che regola il calcio in tutto il mondo, si è affidata ad una società di marketing svizzera, la Isl, di  proprietà di Horst Dassler. (La Isl è poi andata in bancarotta – strano ma vero – mentre un magistrato svizzero ha continuato ad indagare su presunte tangenti di Isl ad alcuni dirigenti Fifa. Il presidente della Fifa, Sepp Blatter, ha respinto le accuse).
Horst Dassler è morto nel 1987. da allora Adidas ha cambiato proprietà due volte, am il controllo che esercita sul calcio non è diminuito. L’azienda tedesca non è solo uno dei principali sponsor dei Mondiali e fornitore della nazionale tedesca. Nei Mondiali in Sudafrica le sue strisce, dal collo ai polsi, sono state sfoggiate dalle nazionali di dodici paesi, in barba alle regole secondo cui il logo dovrebbe limitarsi ad uno stemma sul petto. Zinedine Zidane era vestito Adidas quando ha colpito Marco Materazzi con una testata nella finale dei Mondiali del 2006, così come l’arbitro Elizondo che l’ha espulso. Il premio vinto da Zidane come miglior giocatore della manifestazione si chiama Pallone d’oro Adidas, e per le sue pubblicità durante i Mondiali, Adidas ha usato l’immagine del grande difensore tedesco Franz Beckenbauer, che era anche il presidente del comitato organizzativo dei Mondiali.

Finanza selvaggia
 
In passato i grandi capitali hanno avuto poco a che vedere con lo sport. Le squadre di calcio erano generalmente proprietà di imprenditori provenienti dal settore immobiliare o delle auto usate. Sulle maglie delle squadre non c’erano scritte, se non un logo discreto del produttore, e i marchi commerciali erano relegati al recinto intorno al campo.
Nel corso di una generazione è cambiato tutto. Lo stadio dell’Arsenal si chiama Emirates, dal nome della compagnia aerea che sponsorizza la squadra. Qualche anno fa il Manchester United ha firmato un accordo di sponsorizzazione quadriennale da 66 milioni i euro con la Aig, una grande società di assicurazioni statunitensi. Quando nel 2008 la Aig è fallita, lo United si è spostato sulla Aon, disposta a pagare 95 milioni per quattro anni. Anche le squadre nazionali hanno i loro fornitori ufficiali, e i tennisti e i piloti sono diventati cartelloni umani, circondati dai marchi. E Andrei Jennings ha una teoria a riguardo. “Quando guardiamo lo sport diventiamo vulnerabili. Torniamo bambini. È così che ci vuole il capitalismo. Antonio Gramsci diceva: ‘Come è possibile fare la rivoluzione se il nemico ha un avamposto nella nostra testa?’ È stato proprio lo sport a fornire quell’avamposto alle multinazionali”.
Non c’è dubbio che lo sport ci fa tornare bambini. Per tutta a durata della partita o del campionato, ai tifosi interessa solo il risultato. Lo sport ci proietta nell’imediatezza, riducendo i nostri sentimenti alla disperazione o all’euforia. Inoltre (o soprattutto) offre alle multinazionali una faccia sana e salutista. Il cibo e le bevande che imperversano durante i Mondiali o le Olimpiadi sono quelli meno salutari: Coca Cola, hamburger, pollo fritto. Le aziende che coltivano arance non hanno la minima possibilità di farsi conoscere in queste occasioni.
In un pomeriggio d’estate del 1981, Rupert Murdoch convocò nel suo ufficio Harry Evans. Mirdoch era il nuovo proprietario del Times, Evans il nuovo direttore. L’idea di Murdoch era molto semplice: pubblicare quattro pagine di sport tutti i giorni. Evans non ne voleva sapere. Sei mesi dopo rassegnò le dimissioni da direttore.
Oggi quattro pagine sportive su un quotidiano generalista sono considerate poche. Le sezioni sportive si sono gonfiate a dismisura, arrivando a includere rubriche “scritte” da sportivi e da ex-sportivi, grafici che illustrano tattiche di gioco, sezioni dedicate alle scommesse, il gossip e le recensioni di eventi sportivi trasmessi in tv.
“Nel 1987 la nostra redazione sportiva era composta da 38 persone. Nel 1995 erano diventate 67”, scrive Max Hastings direttore del Daily Telegraph. “Mi sforzavo di concedere al nostro caporedattore sportivo tutto quello che voleva, entro i limiti della ragione”.
Dalle Olimpiadi di Barcellona del 1992, il numero di atleti che partecipano ai giochi è di gran lunga superato dal numero dei giornalisti che ne raccontano le gesta. Una tendenza amplificata da internet, che offre ai tifosi la possibilità di “incontrarsi” dopo una partita, porta lo sport sul luogo di lavoro, fa circolare velocemente le notizie, fornisce una vetrina agli scommettitori e permette alle squadre di diffondere direttamente il loro punto di vista. Lo sport online gode di una popolarità immensa. Poi ci sono i social network e le applicazioni telefoniche (“vai dietro le quinte del ritiro dell’Inghilterra direttamente dal tuo iPhone”), di cui lo sport si è impossessato senza problemi.
Negli anni sessanta e settanta il cinema era un serbatoio costante di eroi a misura d’uomo: Paul Newman, Robert Redford, Sean Connery o Clint Eastwood. Negli anni ottanta sono arrivati gli uomini-cartone animato come Silvestre Stallone e Arnold Schwarzenegger e i simpatici duri come Harrison Ford e Bruce Willis. Poi è stato il turno dei bei ragazzi alla Brad Pitt e di altri eroi modesti come Tom Hanks e Denzel Washington. Con l’unica eccezione Gorge Clooney, i protagonisti maschili non si rivolgono mai ad un pubblico di adulti. Una transizione simile è avvenuta nella musica rock. Le superstar maschili sono attempate (Mick Jagger, Paul McCartney), coscienziose (Bono, Chris Marin), nevrotiche (Robbie Williams), minacciose (Eminem) o acqua e sapone (Justin Timberlake). L’ultimo “uomo della porta accanto” a diventare una superstar del rock è stato, probabilmente, Bruce Springsteen, trentacinque anni fa.
Questo vuoto è stato colmato dalle stelle dello sport, dal cestista Michael Jordan al campione di cricket Andrei Flintoff. Andy Warol, che non sapeva praticamente niente di sport, aveva previsto tutto trent’anni fa: “Le stelle dello sport di oggi sono i divi del cinema di ieri”. Il cantante e poeta Leonard Cohen ha detto una cosa simile nel 1988: “Negli anni sessanta la musica era la più importante forma di comunicazione. Oggi è lo sport. Negli stati Uniti i personaggi sportivi sono molto più accattivanti e interessanti, e le loro vite molto più pericolose, di quelle dei musicisti. Sono i nuovi eroi”.

Una società diversa
 
Senza i trasporti lo sport non sarebbe andato lontano. In Gran Bretagna lo sviluppo del sistema ferroviario, nell’ottocento, ha dato alle squadre la possibilità di giocare partite fuori dalla loro città, e questo ha spianato la strada alla nascita dei campionati. I tornei internazionali hanno preso piede più lentamente, perché le squadre dovevano spostarsi via mare. In occasione della prima Coppa del Mondo, nel 1930, le squadre europee arrivarono in Uruguay in nave. Oggi il tennis, il golf, il cricket e le corse automobilistiche sono allegri carrozzoni globali alimentati da carburanti per aerei.
Ancora più decisive, secondo Jeggings, sono state le riforme nel settore industriale. “Le battaglie dei sindacati hanno permesso di aumentare i salari e di ridurre le ore di lavoro degli operai, che hanno cominciato ad affollare gli stadi”.
In Gran Bretagna il calcio ha debuttato come uno sport amatoriale praticato dalle classi alte. Nei primi quattordici anni della Coppa d’Inghilterra gli Old Etonians, la squadra delgi ex studenti del prestigioso college di Eton, sono arrivati per otto volte in finale. Ai tempi della seconda guerra mondiale, il calcio era lo sport della classe operaia, mentre il ceto medio si sostava sul cricket e sul rugby.
Verso la fine degli anni ottanta il calcio inglese era in crisi, devastato dagli hooligans e dalle tragedie negli stadi. Come quella dell’Hillsborough, nel 1989, dove 96 persone sono morte dopo essere state schiacciate sui cancelli d’accesso. La conseguenza è stato il rapporto Taylor, che ha cancellato i posti in piedi sugli spalti e – grazie anche a milioni di Murdoch – ha spianato la strada affinché questo sport diventasse ancor più interclassista. Lo snobismo nei confronti del calcio aveva già cominciato a diminuire negli anni sessanta, quando i ragazzini del ceto medio, i cui padri guardavano il calcio con sufficienza, si sono entusiasmati per la vittoria della nazionale inglese ai Mondiali. Oggi quei ragazzi sono signori di mezz’età, e alcuni di loro occupano posizioni di prestigio nel mondo dei mezzi di informazione. Questo percorso è stato descritto da Nick Hornby in Febbre a 90’, che ha sdoganato la passione calcistica delle classi benestanti. Ma lo sport è stato toccato anche da altre tendenza sociali. Il razzismo, il sessismo, il nazionalismo e altre pessime inclinazioni degli appassionati di sport non sono ancora del tutto scomparse dalle gradinate. Dopo il trasferimento all’Emirates Stadium, l’Arsenal ha cominciato anche ad ospitare amichevoli internazionali. La prima è stata Brasile-Argentina. Una rara occasione per i tifosi dell’Arsenal di godersi una partita da una posizione di neutralità. Eppure, anche in quel caso i tifosi hanno intonato i soliti spiacevoli cori, come “Stand up if you hate Tottenham”. Gorge Orwell diceva che lo sport è una guerra in cui non si spara. Una guerra civile, spesso: Manchester contro Liverpool, Real Madrid contro Barcellona. Forse si tratta di una valvola di sfogo vitale. 
Forse lo sport è diventato l’ultimo rifugio di chi non ha accettato i cambiamenti
..


venerdì 3 dicembre 2010

E' ANDATA MALE

Il sogno di una rinascita è durato poco. Con la Lazio 3 pappine....
Ora speriamo nel 15 e 18 dicembre.

lunedì 29 novembre 2010

RICOMINCIO DA 5


Secondo pranzo domenicale della stagione colorato di nerazzurro. 
Pranzo, per chi non ha avuto la fortuna di essere al Meazza, che ha rischiato di diventare poco appetibile visto il catastrofico inizio partita dei nostri già sotto di un gol nei primissimi minuti. 
In svantaggio "grazie" ad un gravissimo svarione difensivo, l'ennesimo, ma soprattutto sacrosanto visto  il pessimo approccio alla partita, veramente da brividi.
Già mi immagino il nostro Presidente, in quel frangente, materializzare quella "triste" sentenza!!
Ma in campo oggi era presente l'orgoglio dei "vecchi leoni" nerazzurri duro a morire e capace di raddrizzare la storia dell'incontro.
Presente anche mister Benitez, grande (diciamolo una volta tanto) nella "lettura" della partita e nel mutare l'assetto tattico dei ragazzi apparsi vulnerabili a centrocampo. 
Si è passati dal consueto 4-2-3-1 a un più solido 4-3-1-2 con lo spostamento del "bambino" Santon nel suo più naturale ruolo di laterale destro basso, Cordoba a sinistra e con Zanetti ad irrobustire muscolarmente il centrocampo insieme a Cambiasso e Stankovic.
Ecco, insieme all'orgoglio della vecchia guardia, questa mossa è stata fondamentale per il cambio di rotta che ha portato i nerazzurri, apparsi anche in buona condizione fisica, alla realizzazione di una piacevole cinquina.
Chi definiva "banalità" la motivazione delle troppe assenze causa principale del momentaccio dei Campioni d'Europa, ora deve iniziare a ricredersi.
Cambiasso sempre più "coach player", il Capitano che sembra tornato "il trattor" dei tempi migliori e il sempre grintoso Stankovic tutti e tre in linea a centrocampo a dispensare muscoli, fosforo ed esperienza sono stati il fulcro di questa sofferta ma bella vittoria che ha una valenza superiore dei tre punti in palio, visto anche il passo falso delle squadre che ci precedono in classifica.
Ottimo, direi quasi eroico, Cordoba in un ruolo non consono alle proprie qualità tecniche ma oggi classificabile tra i top pleyers della giornata. 
Incoraggiante anche la crescita, soprattutto mentale, del nostro "piccolo" Henry Biabiany (vero nicolas?) che ha confermato tutti i progressi ampiamente evidenziati nel mercoledì di Champions contro il Twenty. 
Io continuo a difendere, sarò forse rimasto il solo, l'operato di Pandev oggi ancora diligente in campo e a parer mio buono ma poco fortunato (ma questa non è purtroppo una novità) nell'insolito ruolo di centravanti.
Sorprendente ed autore del gol sicurezza, il riesumato Thiago Motta destinato a riprendersi con pieno merito il ruolo di metronomo purtroppo mancante in sua assenza.
Tutto bene quindi? 
Non completamente, direi.
Come avevo paventato alla vigilia, il duo di centro difesa Lucio e Materazzi non garantisce sufficienti garanzie. I due sciocchi gol ricevuti sono la dimostrazione oggettiva del mio timore.
Molto meglio usufruire della rapidità di Cordoba in quella zona nevralgica del campo.
Con più centrocampisti finalmente arruolabili, sarebbe più opportuno riposizionare "San" Zanetti nel ruolo di terzino con il colombiano al centro.
Capitolo Santon: purtroppo ancora problemi al ginocchio come svelato dal mister nel post partita, per il "bambino" problemi senza fine.
Il campionato è lungo, l'infermeria si svuota, la mitica curva Nord ci sostiene...

INTER PARMA 5-2

sabato 27 novembre 2010

Ora siamo più tranquilli

Almeno il primo turno l'abbiamo superato... poi per il resto prima di die che siamo completamente tranquilli mi piacerebbe veder qualche partita positiva....

Intanto godiamoci questa partita grazie a Esteban Chuco Cambiasso:

mercoledì 24 novembre 2010

NON MOLLARE MAI

ecco cosa mi sto ripetendo negli ultimi giorni.
Certo la differenza con la situazione dell'anno scorso è sostanziale mi sembra di vedere i fantasmi del passato:
- risultati attesi che non arrivano
- allenatori a rischio esonero ogni partita
- giocatori rotti e fuori rosa....
- addirittura colpi di testa dei giocatori (in tutti i sensi!!!)
- sfotto di amici, vicini, parenti milanisti....

Caspita sto facendo proprio fatica quest'anno, e lo avrete capito anche dalla mala gestione del blog stesso...
ed è proprio per questo che continuo a ripetermi NON MOLLARE MAI
la nostra squadra c'è, i nomi e i numri ci sono
bisogna solamente sperare che tutto si rimetta in a posto quanto prima.
A partire da stasera... ed è per questo che sono qui pronto a gustarmi la partita di Champions League con la mia bella sciarpa comprata a Madrid come segno scaramantico, i bimbi a dormire e la moglie pronta per andare a letto....

bene una traversa del nostro Pallone d'Oro... ora chiudo e passo a guardarmela come si deve...

FORZA RAGAZZI
FORZA INTER
NON MOLALRE MAI

martedì 23 novembre 2010

CHIEVO-INTER 2-1

Le parole di Rafa Benitez a fine partita: "È chiaro che dopo una sconfitta nessuno è contento, però i giocatori hanno lavorato tanto e hanno avuto una giusta reazione nel secondo 
tempo, dimostrando quello che doveva dimostrare una squadra di carattere. Purtroppo è mancato il gol in un paio d'occasioni, ma come sforzo e atteggiamento la squadra c'era. La reazione dei giocatori è stata positiva, fino alla fine, in un campo bruttissimo. La squadra ha mostrato carattere e se avessimo fatto gol sarebbe cambiato tutto. Se avrò un confronto con la dirigenza nertazzurra? Sarà come sempre, noi parliamo dopo ogni partita, con Branca, con Ausilio, con Carboni. Chiaro che una squadra come la nostra deve vincere una gara del genere, ma i ragazzi hanno mostrato carattere. Io sono un allenatore professionista e situazioni di questo tipo le ho avute: l'unica maniera per cambiare in questi casi, però, è continuare a lavorare e io ho visto oggi la voglia di cercare di vincere nei giocatori. Il primo gol che abbiamo preso? È stata una situazione di uno contro uno, c'è stato un errore. Non è una questione di voglia di vincere, ma un errore tecnico. Quella che viviamo è una situazione difficile, di una squadra che ha vinto tanto, ma dove mancano anche tanti giocatori, motivo per cui siamo costretti anche a giocare con tanti giovani".

lunedì 15 novembre 2010

Fine della corsa: il derby

Fonte: Quelli che l'Inter...


Commentare una partita dell'Inter, quest'anno, rischia di essere la cosa più noiosa. Per chi scrive e per chi legge. Le situazioni sono sempre le stesse: risultato negativo, dimostrazione di impotenza, errori tattici, infortuni, giovani deludenti e inadeguati, campioni fuori condizione.

So che ci sarà chi proverà a negare l'evidenza di un declino, anzi di un crollo, clamoroso. Operazione legittima. Ma la mia riflessione è indirizzata a quelli che condividono la lettura dei fatti: non riusciamo a battere Bologna, Lecce, Brescia, e simili. Perdiamo con le squadre un po' più forti.

Sappiamo che sulle spiegazioni non riusciremo a metterci d'accordo. Ci sono quelli che “tutte le colpe sono di Massimo Moratti e Branca”, quelli che “tutte le colpe sono di Benny”, quelli che “è colpa di Mou che li ha spremuti (?)”, quelli che “non hanno più fame, sono appagati”.
Che noi si discuta, può essere anche piacevole (anche se era meglio discutere delle vittorie).
L'importante è che non sbagli l'analisi chi deve decidere, perché ne scaturirebbe un declino pluriennale, come è successo al Milan.

Nel dire la mia partirei da due dati di fatto e da un'opinione personale.

I dati di fatto sono

  1. Il ciclo è finito
  2. di fronte a un simile tracollo avvenuto in pochi mesi, le colpe sono di tutti. Al massimo si può discutere sulla percentuale di colpa

L'opinione è questa: personalmente non credo alle motivazioni psicologiche, anche se so di dispiacere a Veleno. Intendiamoci, prima di diventare uomo di scuola mi sono occupato di psicologia. So benissimo che l'uomo non è una macchina e conosco l'importanza delle motivazioni nel funzionamento della macchina umana. Solo che credo che se uno non è capace di darsi continuamente nuovi stimoli, di avere sempre una feroce determinazione professionale, non solo non vince il triplete, ma non arriva neppure a giocare da professionista. Sbaglierò, ma anche nel derby ho visto una squadra che disperatamente cercava di rimettersi in partita, fino alla fine. Quello che mancava non era la voglia, era la potenza, la corsa, la condizione atletica, la brillantezza, la disposizione razionale in campo, la mancanza di giocatori idonei nei punti chiave.

Ripeto: non credo a uno Zanetti, a un Cordoba, a un Lucio, a un Eto'o a un Deki inconsciamente condizionati, frenati nel non dare il massimo. Ma posso sbagliare, certo.

Se così fosse, tutta la mia analisi andrebbe a farsi benedire e in fondo la situazione sarebbe anche migliore del previsto, perché dopo qualche scoppola ritroveremmo i grandi campioni

Un altra considerazione preliminare è questa: non insulterò mai il presidente e i dirigenti che mi hanno regalato gioie calcistiche che ritenevo impensabili. Criticare è un altro discorso, tenendo sempre presente che è una critica esterna, che non tiene conto di situazioni sconosciute, come quelle di ambito finanziario.

Dunque, partiamo da Moratti. Anche qui secondo me c'è una lezione da apprendere che mi sembra indiscutibile: non si possono costruire gli squadroni vendendo ogni anno il giocatore migliore e sostituendolo se va bene, con 3-4 operazioni minori. Wes, Lucio e Milito, lo scorso anno si sono rivelati veri colpi. Frutto di fortuna e di lungimiranza (applausi). Ma sarebbe ingenuo pensare di ripeterli ogni anno. Infatti....
Non puoi pensare di essere il più furbo costruendo sempre successi sugli scarti degli altri. O su trentenni che comunque non hanno fatto una carriera di vertice. Una volta può andarti bene. Sempre no.

Proviamo a pensare se ieri, invece che Milito e Biabiany, avessimo avuto in campo i nostri due ultimi “scarti”: Ibra e Mario. Avremmo stravinto la partita, anche se non c'è mai controprova.

Perché il fatto è questo: di buoni giocatori ce n'è qualche centinaio, in Europa, che alla fine si equivalgono. La differenza la fanno quelli che “spaccano”, che sfondano, che travolgono. Rispondo all'obiezione scontata su Mario (ha voluto andarsene lui, non collaborava...). Perfetto: allora si doveva sostituirlo con uno dalle stesse caratteristiche: Cavani, se si voleva un esterno, Dzeko o uno così se si voleva un centrale.

Personalmente su questo non ho dubbi: se vuoi vincere e restare al vertice, non devi cedere mai i migliori (almeno fino a 32-33 anni) e devi aggiungere uno o due campioni per stagione. Se poi azzecchi l'inserimento di un giovane o di uno poco noto, meglio.

E il campione è tale se alle doti tecniche unisce corsa, determinazione, integrità fisica. Poi in squadra deve essere garantito un elevato tasso di fisicità e potenza.

Adesso bisogna capire: non si poteva fare di più, finanziariamente? Bene. Allora va detto con chiarezza, senza ricorrere a storie come il FPF, di cui non tiene conto assolutamente nessuno. Ci rassegneremo. Come si rassegnano, che so, i tifosi della Fiorentina o della Lazio.

Si son sbagliate scelte strategiche? Allora si deve capire fino in fondo la lezione e correggere il tiro. Da subito. Non vorrei a gennaio sentir parlare di Antonelli, di Milanetto o simili. Che non ci faranno certo tornar grandi.

Dunque per me MM e Branca hanno delle colpe. Non quella di aver scelto Benny. Con Benny sapevo da quest'estate che sarebbe finita così e l'ho scritto. Eppure l'avrei scelto anch'io. Perché sul mercato era l'unico con grande esperienza e un buon curriculum internazionale.

Secondo me i grandi numeri, le serie importanti, dicono la verità.
Una verità è che Ibra ha sempre vinto il campionato. Tutti gli anni, in qualunque Paese, in qualunque squadra.

Un'altra verità è che Benny, a parte Valencia che non considero, ha sempre fatto pessime figure , anche in un campionato tatticamente ridicolo come quello inglese, e disponendo di assoluti fuoriclasse.

Dunque potevi prendere un Mazzarri e avresti fatto sicuramente meglio in campionato.

La vera prova di Benny è ora: se non va avanti (almeno ai quarti) in Champions League e, dopo aver perso la supercoppa, perde anche il mondiale, la sua venuta sarà un disastro e andrà sostituito, per giugno, ma lavorandoci da subito.

D'altra parte Benny ha delle giustificazioni importanti: la squadra non è quella che voleva. Non so se siano giustificazioni i molti infortuni e la scarsa condizione atletica di alcuni big. Prevenire gli infortuni muscolari e portare in forma i giocatori è però non un terno al lotto, ma il compito specifico di un allenatore. Certo, si può dire che la colpa è di...Mou, reo di aver fatto giocare tutti al massimo delle loro possibilità.

L'altro compito specifico di un allenatore è la disposizione in campo. E qui non si può dare la colpa a Mou se oggi si regalano spazi immensi al contropiede avversario, se la difesa viene “alzata” in modo risibile, se non viene protetta dagli esterni, se un giocatore veloce di discreto talento ci fa (o fa fare ai compagni) 6 gol identici in due partite; se persino il Milan ci umilia in contropiede.

Invece non è colpa di Benny la sterilità e l'impotenza offensiva, anche il fraseggio stucchevole che molti gli imputano. Senza punte vere, potenti, devastanti, che fai? Gli avversari lo sanno e si chiudono. Sulle fasce è inutile andare, perché nessuno prenderà mai un cross; in mezzo ti infili in un imputo; se cerchi la profondità è palla persa. Ripeto: proviamo a pensare alla partita di ieri, con gli stessi 9 uomini, ma con un Mario e un Ibra piantati nell'area di rigore rossonera. Davvero crediamo che avremmo perso? No. Avremmo fatto due tre gol e oggi saremmo qui a celebrare la grinta, la determinazione, l'intelligenza dei nostri centrocampisti, le scelte tattiche di Benny....

Già immagino le critiche a questi spunti di riflessione. Per fortuna. Il bello del calcio è proprio questo: non c'è mai una verità assodata.

L'importante è però che quello che si deve fare lo capiscano, e lo mettano in atto, coloro che devono decidere...

Si può discutere anche duramente. Ma non è il momento di dividersi. E' il momento di far sentire voci anche diverse ma unite da un unico obiettivo: trarre il amssimo da questa stagione e ripartire al meglio.

FORZA INTER, le critiche dei tuoi tifosi devono essere solo uno stimolo!

sabato 13 novembre 2010

Editoriale: aspettando il Derby

Fonte: Solo INTER

Solo due punti contro Brescia e Lecce. Davvero troppo poco per puntare allo scudetto. Ora però bisogna fare una cosa: rimandare tutte le critiche (che, ad oggi, sarebbero più che lecite) a lunedì. E sarebbe bello se tutti i tifosi facessero così.

Tappatevi gli occhi, non fate conto delle ultime tre partite deludenti e ritrovate la forza di sostenere i nostri ragazzi. Non è ancora il momento dei processi: è tempo di speranza e di sofferenza. E' un momento difficile e quando il gioco si fa duro viene fuori il vero tifoso, quello che difende la sua squadra a prescindere, non a seconda dei risultati.

Non critico chi ce l'ha con l'allenatore, con i giocatori o con il presidente. Capisco che lo fa perché vuole il bene dell'Inter. Chiedo solo di aspettare qualche giorno a lamentarvi e di avere una fiducia incondizionata (o meglio, condizionata dal triplete, che non è poco). Perché il derby è, ora più che mai, la partita della verità.

I precedenti ci sono favorevoli. La stagione 2009-2010 è appena iniziata e il Milan vince la prima. L'Inter invece ha pareggiato all'esordio contro il neopromosso Bari. Quindi Milan primo in classifica e favorito contro un'Inter criticatissima. Risultato: 4-0 per noi. Girone di ritorno: Milan in rimonta, se vince il derby ci agguanta. E' il Milan del 4-2-fantasia, del bel gioco di Leonardo e del tridente guidato da Dinho, in assenza di Pato (che non ci sarà neanche domenica). Vince l'Inter 2 gol (e altrettanti espulsi) a zero.

Con questo però non voglio dire che quell'Inter è come questa e che vinceremo il derby. Però ricordo solo che nelle stracittadine (non solo a Milano) spesso e volentieri vince quella non favorita. Ultimo caso: Lazio-Roma 0-2.

A San Siro si presenterà un Milan trascinato da Ibra (e dagli arbitri). Anche se come al solito lo svedese nasconde i problemi, che ci sono. Abbiati in questo inizio di stagione non sta dando molta sicurezza. Anche contro il Palermo è rimasto immobile sul tiro da fuori di Bacinovic. Davanti a lui la difesa, reparto più debole della squadra, offre poche garanzie. Un pò più di sicurezza potrebbe arrivare dalla coppia Nesta-Thiago Silva. Ma se non ci dovesse essere uno dei due, le alternative (Sokratis, Yepes) non sono all'altezza. Stesso discorso per i terzini, che si giocano in tre (Zambrotta, Abate, Antonini) due maglie. Rebus a centrocampo, dove c'è una grande abbondanza anche se Pirlo è in dubbio. Nelle ultime due partite, senza il regista della Nazionale, il centrocampo ha comunque fatto un'ottima prova. Il cosiddetto Milan dei "tre mediani" potrebbe quindi essere riconfermato, con Gattuso, Ambrosini, Boateng o Flamini. Probabile ancora l'utilizzo del trequartista, ruolo dove Seedorf ha fatto molto bene recentemente. In attacco al fianco dell'indispensabile Zlatan, Robinho e Ronaldinho si giocano il posto. A meno che non giochino entrambi i brasiliani con Seedorf in panca (nel caso gli consigliamo di mettersi le scarpe e non le ciabatte, fa freddo). Di Ibrahimovic non parlo per paura, anche se invito tutti i presenti allo stadio a fischiarlo il più possibile.

Per l'Inter si spera che possano recuperare tutti gli infortunati: con Julio Cesar, Cambiasso, Stankovic, Sneijder e Milito sarebbe tutta un'altra Inter. In ogni caso, anche se ci fosse il buon Obi in campo, invito ancora una volta tutti a sostenere i nerazzurri. Perché che si vinca o che si perda, forza Inter e Milan m…a.
Autore: Guglielmo Cannavale

venerdì 12 novembre 2010

Lecce Inter 1-1 La virtù (o la necessità) del realismo

Fontte: Quelli che l'Inter



C'è una necessità che dopo circa un terzo di partite di campionato e diversi incontri di coppa si presenta ai sostenitori di quasi tutte le squadre. Abbandonare i sogni estivi, prendere atto della realtà e crearsi delle aspettative in linea con la realtà stessa.

L'alternativa è passare da una disillusione profonda all'altra, inseguendo chimere che fanno solo del male.

Nel caso dell'Inter, la realtà da considerare è questa: nel calcio italiano, per quest'anno, non siamo una squadra di vertice. E' accaduto al Milan, è accaduto alla Juve, può accadere anche a noi, tanto più dopo cinque anni di vittorie (e l'ultimo addirittura di trionfi).

Gli obiettivi realistici, per questa stagione sono quattro:
  • qualificarci almeno terzi, per disputare la prossima Champions League;
  • inserire alcune pedine giuste a gennaio per poi completare il rinnovamento nell'estate
  • andare il più avanti possibile in Champions
  • vincere il mondiale per club
Sembrano obiettivi da poco, ma credo che non lo siano e soprattutto non è affatto detto che li conseguiremo. Quindi non c'è spazio per una reazione di delusione rabbiosa dei tifosi; non c'è spazio per presunti alibi offerti agli operatori di mercato, al settore tecnico, ai giocatori. C’è spazio solo per lottare, uniti.

Prima di passare ad esaminare i quattro obiettivi, sgombriamo il campo dalle posizioni precostituite. Quando la stagione richiede un ridimensionamento, le “colpe” sono di tutti. Magari in misura diversa. Di questo si può discutere, perché le risposte che si danno influenzeranno le stagioni successive. Della misura, non del fatto che tutti abbiano responsabilità. Poi certo, c'è anche l'imponderabile, il contingente. Ma la discussione su questo sarebbe sterile, improduttiva perché l'imponderabile non è prevedibile per definizione

Qualificarci almeno terzi

E' evidente che la squadra non è in grado di lottare per il vertice del campionato. Nelle ultime giornate abbiamo faticato moltissimo con squadre come Lecce, Brescia, Genoa, Cagliari. Erano partite nelle quali una squadra da scudetto avrebbe spiccato il volo. Inoltre abbiamo perso con la Roma e pareggiato in casa con la juve. Una marcia non entusiasmante. Alzi la mano chi non firmerebbe per un pari nel derby.
Si può pensare che si tratti di un periodo negativo (sfortunato?) e alimentare così altre illusioni. A mio parere è un periodo ormai abbastanza ampio per dare indicazioni sulla stagione.
Faccio solo l'esempio degli infortuni: eravamo tutti contenti perché dopo la sosta per le nazionali sarebbero rientrati tutti. Oggi abbiamo più assenti di prima. Ci lamentavamo di avere qualche giocatore fuori condizione. Oggi abbiamo giocatori inguardabili. Dicevamo che ci vuole tempo per apprendere il gioco di Benny. Il tempo passa, ma il gioco non migliora (anzi). In compenso non vengono più neppure i risultati.

Le cose dovrebbero migliorare, certo (volevo scrivere “miglioreranno”, poi ho cercato una chiave per toccar ferro e subito dopo ha preferito cambiare espressione). Probabilmente qualcuno rientrerà, qualche altro ritroverà la condizione, otterremo qualche risultato in più. Proprio in questa prospettiva dobbiamo lottare per un piazzamento in CL, che è un obiettivo difficile, ma raggiungibile. Se poi, strada facendo, riuscissimo ancora a reinserirci nella lotta per il primato, tanto di guadagnato, ovviamente.

Inserire le pedine giuste a Gennaio

Senza degli innesti che vadano a colmare le più evidenti lacune fino ad ora emerse (un centrocampista, un esterno una punta e ora anche un difensore) anche gli obiettivi meno importanti potrebbero esserci preclusi.

Tuttavia vedo un pericolo che deve essere assolutamente scongiurato: prendere con contratti triennali o peggio giocatori “tappabuchi” tutto sommato di modeste dimensioni tecniche, che non serviranno al progetto futuro e graveranno sul bilancio, ostacolando possibili acquisti di valore, in seguito.

Allora meglio portare a casa solo 1-2 giocatori, ma che siano davvero cardini fondamentali del rilancio ai massimi livelli. I nomi non li faccio, perché sono solo un tifoso. Ma al contrario di molti interisti, ho fiducia assoluta nella competenza di Branca, se davvero sarà chiamato a scegliere due giocatori di primo livello

Andare più avanti in Champions League

Mi pare già di sentire le accuse di pessimismo, ma io non sono certo neppure della qualificazione. Se giocheremo la partita con gli olandesi ancora con molte assenze di giocatori fondamentali, se la condizione di altri non migliorerà, se non troveremo un’identità tattica credibile, un nuovo pari interno è tutt’altro che da escludere. E a quel punto la trasferta in Germania diventerebbe decisiva.

Passato questo ostacolo della qualificazione, ci giocheremmo le nostre chances in primavera, quando molte cose potrebbero essere cambiate (in meglio, si spera).

Per questo l’obiettivo qualificazione (purtroppo probabilmente al secondo posto) è assolutamente imprescindibile

Vincere la Coppa Intercontinentale

Un eventuale insuccesso credo che potrebbe trasformare la nostra annata in una specie di tragedia sportiva, perché avrebbe conseguenze imprevedibili sull’ assetto tecnico, forse su quello societario e sulla condizione psicologica dei giocatori. A quel punto tutto sarebbe davvero possibile.

Il pericolo maggiore è credere che sia facile. Avere la stessa superficialità e impreparazione con cui abbiamo affrontato l’Atletico Madrid. O il secondo tempo in casa con gli inglesi. O tutta la partita a casa loro. Non facciamoci fuorviare da chi parla di avversari facili o simili sciocchezze.
Tutti giocheranno la partita della vita. Se la giocheremo anche noi, se recupereremo i migliori in buona condizione, se non sbaglieremo nulla nell’approccio alla partita e nell’impostazione tattica, se avremo la determinazione che consente di piegare la sorte a tuo favore, ce la faremo.

Ma i “se” sono tanti, per una prova così decisiva nella nostra annata.

Considerazioni finali

Arrivare terzi in campionato, essere Campioni del mondo, qualificarsi almeno per i quarti di CL, con tutte le difficoltà sino ad ora incontrate, sarebbe certamente un bottino che ci consentirebbe di considerare l’annata positiva, non sprecata. E a me sembrano obiettivi ambiziosi ma realistici.
Considerando anche che alcune indicazioni preziose per il futuro questa stagione ce le ha già date: Su Motta non si può contare, può essere un di più. Chivu e Santon possono essere considerati solo alternative ai titolari. Biabiany neppure quello. Coutinho ha ancora bisogno di tempo per migliorare. L’attacco va opportunamente rinforzato. Dobbiamo porci il problema, conservando almeno il tasso tecnico attuale, di migliorare notevolmente la potenza atletica della squadra.

Sono indicazioni importanti su cui lavorare.

Per un’ Inter sempre più forte.